DOTT. GIUSEPPE MONTESANO

DOTT. GIUSEPPE MONTESANO
Esercito la professione di Medicina Generale e sono specialista in Ginecologia e Ostetricia.Perfezionato in Medicina Biologica e Medicina Estetica                   STUDIO MEDICO      Via Diaz 50/A Camporotondo Etneo CT) Tel: 349-2666208

martedì 18 gennaio 2011

Antinfluenzale protegge mamma e nascituro

«Le donne in gravidanza possono sottoporsi alla vaccinazione antinfluenzale senza timori. Non è stata evidenziata nessuna relazione causa-effetto fra l'impiego di questo strumento di prevenzione e difetti congeniti del nascituro. La sua somministrazione è raccomandata nel secondo e terzo trimestre di gestazione». Lo sostiene Nicola Surico, presidente della Sigo, sottolineando che la vaccinazione può rappresentare un vantaggio per la donna e per il nascituro: «è una misura efficace nell'80% dei casi» spiega «inoltre conferisce immunità ai piccoli nati da madri vaccinate in gravidanza. La campagna di prevenzione è iniziata all'inizio di ottobre, ma non è troppo tardi per aderire: sono necessari circa 15 giorni prima di ottenere una copertura completa, per cui chi si vaccina adesso può non essere ancora protetto quando il virus comincerà a circolare con maggior vigore, tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio». Se lo scorso anno il virus A/H1N1 è stato l'unico protagonista e ha provocato una vera e propria pandemia, quest'anno è accompagnato da altri due ceppi, entrambi di origine australiana, mantenendo tuttavia la sua caratteristica di estrema aggressività. «Contrariamente alla Gran Bretagna» conclude Surico «dove l'influenza ha già raggiunto il suo picco causando decine di morti, in Italia l'epidemia sta seguendo un corso regolare. La fascia d'età più colpita si conferma quella dei bambini da 0 a 4 anni, seguita dai piccoli dai 5 ai 14 anni, dai 15-64enni, infine dagli over 65».

lunedì 3 gennaio 2011

LO SVILUPPO FETALE MESE PER MESE

Lo sviluppo fetale è un meraviglioso processo che, con tappe precise e finemente regolate, porta alla formazione di un "nuovo essere umano".

Si parla di embrione fino al termine della 10 settimana di sviluppo e di feto da questo momento in poi. In realtà questa distinzione è puramente indicativa ed esemplificativa in quanto il processo di sviluppo è continuo e progressivo e non prevede interruzioni.

Nello schema che segue abbiamo indicato i periodi della gravidanza in mesi ed in settimane. L'inizio della gravidanza, come si usa comunemente in ostetricia, viene fatto coincidere con il primo giorno dell'ultima mestruazione (età gestazionale).

L'embrione, in realtà, inizia la sua esistenza al 14° giorno del ciclo mestruale e quindi la terza settimana di gravidanza (terza settimana dall'ultima mestruazione) corrisponde in realtà alla prima settimana di vita dell'embrione ("età concezionale").

Riassumendo: le settimane ed i mesi sotto indicati corrispondono alla datazione classica della gravidanza, comunemente usata presso tutti gli ospedali ("età gestazionale"). Se si vuole calcolare l'età precisa dell'embrione ("età concezionale") basterà togliere due settimane.

I dati relativi alla lunghezza si riferiscono alla lunghezza vertice-tallone (come se il feto fosse messo "in piedi")

1° mese

  • 3 settimana

Fecondazione dell'ovocita, formazione dell'embrione e suo impianto in cavità uterina.

  • 4 settimana

All'interno dell'utero si forma il "sacchettino" che ospiterà l'embrione (sacco gestazionale). Successivamente inizia a rendersi evidente l'embrione stesso che in questo periodo ha la forma di un corpicciolo cilindrico. All'interno dell'embrione si sviluppano delle aree specializzate, dette "somiti" da cui prenderanno origine lo scheletro e i muscoli.

La parte esterna dell'embrione, a stretto contatto con le pareti uterine, viene raggiunta dal sangue materno (inizio della circolazione utero-placentare) che fornisce il nutrimento.

2° mese

  • 5-6 settimana

Nell'embrione iniziano a formarsi il cuore (iniziano le prime pulsazioni cardiache), gli occhi, le prime strutture cerebrali, il fegato, gli abbozzi dell'orecchio esterno, dell'esofago, dello stomaco, dei genitali esterni e della tiroide.

  • 7 settimana

Compaiono gli abbozzi degli arti superiori ed inferiori, del pancreas e dei reni. Il cordone ombelicale è perfettamente formato.

Si inizia a sviluppare la corteccia cerebrale.

  • 8 settimana

Le pulsazioni cardiache sono ritmiche; si formano gli abbozzi delle mani e dei piedi e compaiono le dita. I genitali assumono morfologia maschile o femminile.

L'embrione pesa in media 1 grammo ed è lungo circa 1,6 cm.

3° mese

  • 9-10 settimana

Iniziano a svilupparsi le ossa, i muscoli, i nervi ed i grossi vasi. L'estremità cefalica dell'embrione comincia a separarsi dal torace ed in essa si possono distinguere gli abbozzi del naso, delle orecchie e delle mandibole. Si formano le prime gemme dentali (strutture da cui si svilupperanno successivamente i denti. L'estremità cefalica ha un volume pari ad un terzo di tutto il corpo embrionale. La parete addominale non è ancora completa e c'è un "ernia ombelicale fisiologica".

A livello cerebrale compare il cosiddetto "corpo calloso" ovvero la struttura nervosa che collega i due emisferi cerebrali.

  • 11-12 settimana

Nei genitali maschili si sviluppa il glande. Nei genitali femminili è presente l'abbozzo dell'utero.

Nell'estremità cefalica le gemme dentali si trasformano nei primi abbozzi dei denti.

Nel pancreas si formano le "isole di Langherans" ovvero le strutture preposte alla produzione di insulina.

Le anse intestinali sono ormai rientrate nella cavità addominale e scompare la già citata "ernia ombelicale fisiologica).

Il feto pesa in media 14 grammi ed è lungo circa 7 cm.

4° mese

Il tratto intestinale contiene un contenuto verdastro denominato "meconio". La pelle è sottile, trasparente e totalmente priva di peli.

Nel maschio compare l'abbozzo della prostata, i genitali esterni si differenziano definitivamente. La tiroide inizia a funzionare.

La vescica e l'uretra sono ben sviluppati.

Alla fine del quarto mese i movimenti fetali iniziano ad essere percepiti dalla mamma.

Il feto pesa in media 105 grammi ed è lungo circa 15 cm.

5° mese

La pelle è grinzosa e si iniziano a formare i primi depositi di grasso.

Nel pancreas inizia la produzione di insulina da parte delle "isole di Langherans".

I genitali esterni di differenziano definitivamente. Nei feti di sesso femminile la vagina è completamente formata.

Il feto pesa in media 310 grammi ed è lungo circa 23 cm.

6° mese

La pelle è ancora grinzosa ed è ricoperta in maniera uniforme da una sottile lanugine. I denti sono sviluppati e presentano smalto all'esterno e polpa all'interno. Le unghie sono ancora rudimentali.

Nel cervelletto (organo posto nella scatola cranica al di sotto degli emisferi cerebrali, deputato alla coordinazione motoria) inizia a svilupparsi la "corteccia", ovvero la parte superficiale, sviluppo che si completerà un anno e mezzo dopo la nascita.

Il feto pesa in media 640 grammi ed è lungo circa 29 cm.

7° mese

Le palpebre sono già separate (palpebra superiore ed inferiore); i padiglioni auricolari sono addossati alla testa.

Nei feti di sesso maschile i testicoli non sono ancora discesi nello scroto mentre nei feti di sesso femminile sono evidenti il clitoride, le piccole e le grandi labbra.

Il feto pesa in media 1670 grammi ed è lungo circa 40 cm.

8° mese

La pelle è meno grinzosa ed è sempre ricoperta da lanugine; il corpo assume una forma più "rotondeggiante" a causa dell'aumento dei depositi adiposi sottocutanei.

Il feto pesa in media 2400 grammi ed è lungo circa 45 cm.

9° mese

Il feto ha raggiunto il suo pieno sviluppo ed è pronto alla nascita.

Pesa in media 3300 grammi ed è lungo circa 50 cm.

GESTOSI

La gestosi, definita anche preeclampsia, è una seria complicazione della gravidanza caratterizzata dalla presenza di ipertensione arteriosa e proteinuria. A queste manifestazioni si associa, quasi costantemente, il difetto di crescita intrauterino del feto.
Altri segni possono essere: rapido aumento delle transaminasi, dolore epigastrico, convulsioni (eclampsia), iperreflessia, cefalea severa, persistenti disturbi visivi (scotomi), disturbi della coagulazione (trombocitopenia, coagulazione intravascolare disseminata) ed emolisi.

L'edema non è incluso tra i segni necessari per la diagnosi. Esso si verifica con uguale frequenza tra le donne con gravidanza fisiologica e tra quelle con preeclampsia, benché la comparsa rapida di edema generalizzato deve far sospettare la futura preeclampsia.
Una precoce comparsa della patologia preeclamptica è causa di esiti sfavorevoli materni e fetali. La percentuale di mortalità perinatale è più alta nei feti di madri preeclamptiche. Questi decessi possono essere il risultato di una morte intrauterina per insufficienza placentare e/o distacco di placenta.
L'incidenza della preeclampsia viene stimata tra il 10% ed il 20% nelle primigravide. Il rischio di ricorrenza della preeclampsia è compreso tra il 7,5% ed il 29%.
Fattori di rischio
L'età, la familiarità, le patologie mediche preesistenti (ipertensione, diabete, malattie tiroidee, ipercolesterolemia familiare), l'obesità pregravidica, la primiparità, la gemellarità, l'idrope fetale sono fattori di rischio per la gestosi.
- Età: le donne di età superiore a 35 anni presentano un'incidenza di gestosi superiore di circa 3 volte a quella delle donne giovani.
- Storia familiare: L'incidenza di preeclampsia è 4 volte più alta nelle sorelle di donne che hanno avuto la preeclampsia.
- Cattiva placentazione: il riscontro flussimetrico di elevate resistenze e/o di ridotta elasticità dei vasi uterini è indice di cattiva funzione placentare e quindi di aumentato rischio di gestosi.
- Ipertensione: il riscontro di pressione arteriosa elevata prima della 20^ settimana di gestazione è stato associato al successivo sviluppo di preeclampsia.
- Diabete: il diabete aumenta del 10% il rischio di preeclampsia.
- Malattie renali: una patologia renale preesistente aumenta l'incidenza di ipertensione fino al 48% nel 3° trimestre di gestazione. Anche l'infezione delle vie urinarie in gravidanza aumenta di 1,5 volte il rischio di preeclampsia.
- Cause immunologiche e coagulopatie: l'iperomocisteinemia, il deficit della proteina S, della proteina C, la sindrome da anticorpi antifosfolipidi aumentano il rischio di preeclampsia.
Le pazienti eterozigoti per anemia drepanocitica presentano un rischio di preeclampsia tre volte più elevato.
- Primiparità: la relazione tra primiparità ed eclampsia suggerisce l'esistenza di un meccanismo immunologico che rende unica la prima placentazione. Alcuni Autori hanno suggerito l'esistenza di un meccanismo protettivo nei confronti degli antigeni paterni nelle gravidanze successive.
- Gemellarità: la gemellarità aumenta il rischio di gestosi di oltre tre volte. Il rischio aumenta con l'aumentare del numero di gemelli.

Conseguenze materne, fetali e neonatali
In relazione alla gravità dello stato patologico la gestosi può determinare scarse complicanze o causarne di gravi o gravissime, compromettendo in maniera definitiva lo stato di salute della gestante e del feto. Tra le complicanze il ritardo di crescita intrauterino, la morte intrauterina del feto, le condizioni patologiche materne secondarie all'ipertensione arteriosa ed al coinvolgimento multiorgano caratteristico delle forme più aggressive.
La gestosi determina aumento della morbilità e della mortalità materna, fetale e neonatale ed aumento della frequenza del parto prematuro mediante taglio cesareo.

Controllo e terapia
La pressione arteriosa deve essere rilevata ogni giorno, l'esame delle urine deve essere effettuato ogni settimana mentre gli esami del sangue (bilirubina, transaminasi, PT, PTT, fibrinogeno, piastrine, acido urico, etc.) devono essere eseguiti ogni 20 giorni. Il monitoraggio ecografico e flussimetrico deve essere frequente (ogni 2-4 settimane).
Bisognerà controllare adeguatamente l'eventuale malattia favorente la gestosi.
La gestante dovrà evitare l'eccessivo incremento ponderale attuando un regime dietetico povero di grassi e prevalentemente proteico. Saranno banditi i dolci, le fritture, i cibi conditi, le bevande gassate ed alcoliche. Sarà prudente eliminare il fumo di sigaretta.
Utile misura è il riposo. E' consentito effettuare quotidianamente una breve passeggiata (20-30 minuti).
Le opzioni terapeutiche in caso di preeclampsia sono tuttora oggetto di acceso dibattito e variano in relazione alla gravità della sintomatologia clinica ed all'eventuale patologia materna preesistente alla gravidanza.
La scelta dei farmaci è di esclusiva competenza medica. Il discuterne va oltre le finalità di questa pagina. Inoltre, alcune misure terapeutiche usate nella pratica, sebbene considerate poco efficaci alla luce della medicina basata sull'evidenza, possono essere comunque adottate in base alla esperienza personale del ginecologo curante.


martedì 20 luglio 2010

DOPO L'INFARTO

Introduzione

Dopo l'infarto

Aver avuto un infarto non significa essere un invalido: dopo poche settimane la maggior parte dei pazienti riprende una vita normale.

Conoscere l’infarto aiuta a vivere meglio!


numeri dell'infarto


Che cosa è l’infarto

Dopo l'infarto Il cuore è un muscolo che ha la funzione di pompare il sangue nelle arterie. Per contrarsi il cuore ha bisogno di ossigeno, che viene fornito con il sangue attraverso dei vasi arteriosi chiamati coronarie.
Quando il flusso di sangue al cuore è fortemente ridotto o bloccato per la presenza di un restringimento o una occlusione delle coronarie, le fibre muscolari cardiache dapprima vanno incontro a sofferenza e successivamente vengono danneggiate in maniera irreversibile e muoiono.

L’infarto è quindi la morte di una parte del muscolo cardiaco dovuta al blocco del flusso di sangue all’interno di una coronaria.

cause dell'infarto

Nel corso di un infarto approssimativamente muoiono 500 cellule cardiache ogni secondo!

Il tessuto necrotico va poi incontro ad un processo di lenta cicatrizzazione.


Le cause dell’infarto

Dopo  l'infarto La causa principale che determina l’occlusione della coronaria è l’aterosclerosi, cioè la formazione all’interno delle coronarie di accumuli di colesterolo circondati da cellule e fibrosi (placche di aterosclerosi).








Dopo l'infartoQuesto processo, che inizia fin dall’età giovanile, progredisce nelle coronarie spesso in maniera del tutto asintomatica fino a quando la placca aterosclerotica si rompe o si infiamma e sulla superficie si forma improvvisamente un coagulo (trombo) che occlude il vaso.








Poiché la formazione del coagulo è molto veloce (impiega circa 20 minuti) spesso l’infarto non è preceduto da sintomi motori.


Localizzazione del dolore cardiaco

Segni di allarme di attacco cardiaco

Chiamare il 118Dolore al torace: senso di forte oppressione, peso, costrizione dolorosa al centro del petto che dura alcuni minuti, può andare e venire o protrarsi nel tempo.

Dolore in altre zone: il dolore può irradiarsi ad una o ad entrambe le braccia, alle spalle o al dorso, al collo, alla mandibola oppure allo stomaco.

Fiato corto: spesso accompagna il dolore o può precederlo.

Altri segni: sudorazione fredda, nausea, senso di stordimento o di svenimento, grave malessere.

Sedi meno frequenti del dolore cardiaco

Dopo l'infarto


In caso di comparsa di dolore toracico sospetto che persiste oltre 5 minuti occorre comunque chiamare il numero telefonico 118 e chiedere soccorso.


Stile di vita salutare

Devo proprio smettere completamente di fumare?

Sì! Chi riprende a fumare dopo un infarto ha un rischio raddoppiato di andare incontro ad un nuovo infarto. Al contrario smettendo di fumare il rischio di avere un infarto si riduce del 50% dopo un anno, aumentando quindi l’aspettativa di vita.

Che dieta devo seguire?

Mangiare dopo  l'infartoIl cambiamento delle abitudini alimentari è molto importante per il controllo di alcuni fattori di rischio coronarico quali i livelli di colesterolo e la pressione arteriosa. Non esiste una dieta specifica per il paziente che ha avuto un infarto.
I principi fondamentali dell’alimentazione dopo infarto consistono nel ridurre l’apporto di grassi di origine animale e di sale e nell’aumentare il consumo di pesce e fibre vegetali.

Sono da preferire le carni bianche o quelle magre (pollo, coniglio, manzo magro), mentre sono da evitare gli insaccati preferendo tra questi il prosciutto sgrassato o la bresaola. Non abusare dei latticini, in particolare i formaggi stagionati, preferendo ricotta, mozzarella e latte scremato ed evitando il burro.

Ridurre il sale nei cibi utilizzando erbe ed aromi che possono migliorarne il sapore. Pesce e frutta fresca sono particolarmente indicati, mentre non vi sono limitazioni particolari per la pasta ed il pane (se non la quantità e/o il diabete mellito).
E’ importante raggiungere e mantenere un peso corporeo non superiore al 10% del peso ideale (il calcolo del peso ideale può essere approssimativamente calcolato secondo la seguente formula: peso ideale in Kg = altezza espressa in cm meno 100).

Sport dopo l'infartoAttività fisica regolare

In generale il livello massimo di sforzo che può essere raggiunto è valutabile in base al numero di battiti cardiaci che si raggiungono durante lo sforzo e può essere determinato in base a delle tabelle di cui è dotato il tuo medico curante.

E’ consigliabile che l’attività motoria riprenda in maniera progressiva e regolare.


Attività lavorativa e viaggi

Quando potrò riprendere a guidare la macchina?Guidare dopo l'infarto

Potrai riprendere a guidare gradualmente. Nelle prime settimane dopo l’infarto evita lunghe percorrenze. Evita di metterti in marcia nelle ore particolarmente trafficate e calde.

Quando potrò riprendere a lavorare?

Più di due terzi dei pazienti che hanno avuto un infarto possono riprendere la propria attività lavorativa.

Questa ripresa dipende principalmente da due fattori:
  • quanto esteso è stato l’infarto;
  • che tipo di impegno richiede l’attività lavorativa.
Bisogna imparare ad organizzare le proprie attività per meglio controllare le condizioni “stressanti”:
  • programmare gli impegni;
  • stabilire le priorità;
  • ritagliarsi momenti di riposo.
Lavorare dopo l'infartoIn caso di attività lavorative che richiedono sforzi fisici intesi è consigliabile prendere in considerazione la possibilità di cambiare la tipologia del lavoro con un meno “pesante” da un punto di vista fisico.

In alcuni casi, programmi di riabilitazione adatti alle caratteristiche cliniche del paziente consentono di raggiungere soglie di sforzo anche elevate e di riprendere quindi il lavoro abituale anche se “pesante”.

Potrò fare dei viaggi?

Non ci sono controindicazioni ad effettuare dei viaggi.

Viaggiare dopo l'infarto Segui sempre delle regole che sono peraltro valide per chiunque:
  • se il viaggio è particolarmente lungo prevedi delle tappe intermedie durante le quali compiere una minima attività motoria (è sufficiente camminare), eventualmente riposarsi;
  • i mezzi di locomozione devono essere confortevoli: poltrone comode, aria climatizzata;
  • prevedi sempre un'adeguata scorta dei farmaci che assumi giornalmente;
  • se ti rechi in montagna tieni conto che fino a 1500 metri non ci sono controindicazioni, ma per altitudini superiori la rarefazione in ossigeno dell’aria respirata potrebbe determinare dei sintomi respiratori quali fame d’aria che sarebbero ancor più marcati dagli sforzi fisici. Pertanto le passeggiate ad altitudini elevate vanno in chi non stato adeguatamente preparato (training fisico);
  • se ti rechi al mare cerca di privilegiare le zone con clima secco evitando quelle con elevati tassi di umidità;
  • porta sempre con te una relazione clinica dettagliata delle tue problematiche di salute, compreso l’elettrocardiogramma. Tale documento può essere utile in caso di malessere per rendere informato, se necessario, il personale sanitario circa le tue patologie e le terapie che assumi.

INFARTO CARDIACO

Cos'è?

Si verifica quando l'irrorazione sanguigna del muscolo cardiaco (miocardio) diminuisce o viene a mancare in seguito all'occlusione di una o più arterie coronariche.
L'infarto miocardico è una malattia che colpisce più di duecentomila italiani all'anno e che in 1/3 dei casi conduce alla morte. Se l'infarto colpisce solo una zona limitata del muscolo cardiaco, le conseguenze non sono gravi. Se la lesione del muscolo cardiaco è molto estesa, può provocare la morte o un'invalidità (di grado variabile).

Quali sono le cause?

Le arterie coronarie normali appaiono come dei tubi puliti. Ma vi sono dei fattori di rischio che predisporre alla formazione di lesioni aterosclerotiche che alterano le arterie. Molti sono i fattori che contribuiscono ad aumentare il rischio di infarto miocardico:

Età
L'aterosclerosi coronarica, come quella degli altri distretti vascolari, è una malattia di tipo degenerativo, dovuta essenzialmente alla inevitabile senescenza dei vasi; per cui si dice comunemente, non a torto, che abbiamo l'età dei nostri vasi; ed a dispetto di ogni disperata ricerca di ringiovanimento esteriore ed estetico, nessuno può venderci la pillola della giovinezza;




Precedenti familiari di infarti
Le malattie cardiovascolari tendono ad aggregarsi in particolari nuclei familiari, per cui si finisce con l'ereditare la predisposizione ad ammalare, ed i discendenti di coronaropatici vanno guardati con particolare attenzione;




Sesso
Per quanto riguarda il sesso, le donne, soprattutto in età feconda, sono relativamente protette rispetto agli uomini dalla aterosclerosi coronarica. Gli indici tendono poi gradualmente a livellarsi dopo la menopausa.
Con una Ebct (tomografia a fascio di elettroni) sono state analizzate 541 donne con età media di 48 anni. Quelle in cui l'esame aveva rivelato calcificazioni iniziali (non visibili con esami radiografici tradizionali) dell'aorta e delle arterie coronarie sono andate incontro ad infarto od altra malattia coronarica nei 15 anni successivi l'esame.
Un risultato inquietante questa capacità predittiva dell'esame che, proprio per questo, è una formidabile arma di prevenzione. Tutte le donne che hanno modificato il loro stile di vita a rischio (alimentazione ipercalorica e con eccesso di grassi animali) e hanno riportato nei limiti di sicurezza i valori di colesterolo cattivo (LDL) ed elevato quelli del buono (HDL) hanno abbassato il rischio di malattia cardiaca.
Va anche detto, però, che l'infarto nelle donne tende ad essere in genere più grave rispetto a quello dei maschi.

Livello di colesterolo elevato
I grassi sotto accusa sono il colesterolo totale, la sua frazione LDL ei trigliceridi, il cui tasso aumentato nel sangue è un sicuro fattore di rischio; è un rischio anche la diminuzione del tasso di un'altra frazione del colesterolo, l' HDL, che ha funzioni protettive.
L'ipercolesterolemia di per sé non è una malattia, ma solo un fattore di rischio ed il colesterolo non è un veleno, ma anzi è un costituente fondamentale di tutte le cellule dell'organismo. Il guaio è che per cattive abitudini alimentari il suo livello risulta abnormemente elevato; ciò, sul lungo periodo, può risultare dannoso. I livelli desiderabili di colesterolo sono intorno ai 200 mg/ml ed il dosaggio della colesterolemia rientra in una buona prassi di medicina preventiva, soprattutto nelle fasce di età a rischio (fra i 40 ed i 70 anni), anche se oggi sembra opportuno porsi il problema del suo controllo fin dall'infanzia.
E' dubbio, invece, se valga la pena di effettuare ripetute e frequenti determinazioni del colesterolo in soggetti ultrasettantenni e spesso ottuagenari, anche se è dimostrato che la riduzione della colesterolemia è utile anche in età avanzata.
Quello che va evitato è lo stato di ansia e di preoccupazione con cui taluni soggetti in tarda età e spesso abbondantemente di là del rischio "inseguono" affannosamente il loro tasso di colesterolo.

Ipertensione

Diabete


Obesità
Piuttosto che di obesità è meglio parlare di eccesso ponderale.
L'eccesso ponderale si accompagna con grande frequenza ad aumento della pressione, della glicemia, dei grassi nel sangue, ed a riduzione dell'attività fisica; inoltre, è un grosso fardello che affatica inutilmente il cuore.
Secondo dati recenti nel mondo occidentale circa il 30% della popolazione avrebbe un eccesso ponderale di varia entità. Va precisato, a questo proposito, che si parla di obesità quando il peso corporeo superi del 15% il peso ideale.
La determinazione del peso ideale si ottiene con varie formule. Un criterio abbastanza diffuso definisce come peso ideale il numero di chili pari ai centimetri oltre il metro di statura (quindi, per un uomo alto 1,80 m. il peso ideale sarebbe 80 chili), ma questo criterio è forse più adatto al ventenne che svolga attività fisica; per un sessantenne sedentario appare eccessivamente generoso, e sarebbe consigliabile una riduzione di almeno il 10%.
E' stato anche sicuramente dimostrato che l'aumento del peso del 20% rispetto a quello ideale nei soggetti di media età raddoppia l'incidenza di malattie delle coronarie, e la triplica se l'obesità si accompagna a ipercolesterolemia o ipertensione.
Gli obesi malati di cuore vivono in media 4 anni di meno del cardiopatico di peso regolare. L'essere fortemente sovrappeso anticipa poi di 7 anni l'inizio della malattia in chi è predisposto. Negli Stati Uniti è stato anche calcolato che se si riuscisse a debellare il cancro la vita si allungherebbe di meno di due anni, mentre se si eliminasse l'obesità si allungherebbe di 5 anni.



Fumo

Stress
L'importanza dello stress è generalmente sopravvalutata dai pazienti. In gran parte ciò è dovuto al fatto che è un termine che ha trovato grande successo e diffusione, essendo chiamato in causa per situazioni molto diverse.
Essendo utopistico e irrealizzabile l'intento di modificare positivamente l'ambiente in maniera sostanziale, è chiaro che i nostri sforzi sono diretti alla individuazione ed alla eventuale modificazione di quei tratti della personalità che, sottoposti all'influenza ambientale, possano costituire un fattore di rischio per gli eventi coronarici.
Numerosi ed approfonditi studi hanno individuato uno specifico atteggiamento comportamentale, definito come personalità di tipo A, che costituisce un sicuro fattore di rischio coronarico.
Gli elementi costitutivi del comportamento di tipo A sono rappresentati da una costellazione di atteggiamenti caratteriali che contribuiscono nel loro insieme a determinare uno specifico tipo di personalità.
In sintesi, i tratti distintivi del comportamento di tipo A sono la fretta, l'impazienza, l'eccessiva competitività ed un certo grado di ostilità verso l'ambiente sociale, lavorativo e familiare. Nell'ambito di una strategia riabilitativa globale, in cui gli atteggiamenti psicologici hanno un ruolo fondamentale, la ripresa graduale delle proprie attività, con un'ottica diversa e con una mentalità diversa, favorisce il totale reinserimento sociale, la chiusura di un periodo della vita difficile ed oscuro, culminato con un grave "incidente", e l'inizio della ricostruzione psico-fisica del paziente, su nuove basi.
Sul piano pratico è consigliabile adottare una serie di atteggiamenti di difesa, che potrebbero essere riassunti nei seguenti consigli: eliminare l'eccesso di lavoro; affrontare e risolvere un problema alla volta; crearsi se è possibile un hobby.




Sedentarietà
Il tema della sedentarietà, intesa come ridotta attività fisica, è strettamente connesso con quello dell'eccesso ponderale. Una riduzione del dispendio calorico, se si mantengono costanti le entrate, si traduce in un accumulo di grasso ed aumento di peso.".
Accurate indagini statistiche effettuate in un numero rilevante di pazienti hanno consentito di verificare che l'attività fisica si traduce in una diminuzione significativa del rischio cardiovascolare, sia nella prevenzione primaria, cioè nell'evitare un primo infarto, sia, e soprattutto, nella prevenzione secondaria, cioè nell'evitare un secondo infarto in chi ne abbia già subito uno.

I meccanismi attraverso i quali l'attività fisica induce effetti benefici sono ben noti, e sono sia diretti che indiretti.
Direttamente, l'allenamento fisico, cioè un'attività fisica regolare e costante, produce effetti benefici mediante la riduzione della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa sotto sforzo, con conseguente risparmio del consumo di ossigeno del muscolo cardiaco, una migliore utilizzazione dell'ossigeno da parte dei muscoli scheletrici, un miglioramento della capacità lavorativa globale, uno spostamento del controllo nervoso del cuore a vantaggio del vago, sistema frenatore e di risparmio, a discapito del simpatico, sistema acceleratore e dispendioso, un innalzamento della soglia a cui compaiono ischemia ed angina durante lo sforzo, ed aritmie minacciose.

Indirettamente, l'attività fisica ha effetti benefici attraverso un aumento del colesterolo protettivo HDL, una riduzione dell'aggregabilità delle piastrine, una riduzione della pressione arteriosa, degli ormoni circolanti che stimolano il cuore, della glicemia nel diabete e dei trigliceridi, dell'obesità, dell'abitudine al fumo.
Non c'è dubbio, quindi, che l'attività fisica vada incoraggiata ed incrementata e che al contrario la vita sedentaria vada evitata invertendo, così, la radicata tendenza che imponeva periodi di lunga e pressoché completa, e talora definitiva inattività agli infartuati.




Nella maggior parte dei casi, l'infarto miocardico è dovuto alla formazione di un grumo di sangue (coagulo) che ostruisce un'arteria coronarica. Si tratta in questo caso di una trombosi coronaria. E' più raro che la contrazione temporanea (spasmo), di un'arteria coronaria possa scatenare un infarto.

Quando si verifica

L'infarto è in genere la conseguenza drammatica di una malattia che è iniziata molti anni prima senza manifestarsi fino a quel momento; le cause scatenanti, che in un determinato momento fanno bruscamente precipitare una situazione mantenuta in equilibrio fino ad un istante prima sono assai variabili e non sempre identificabili.
Talora il dolore si verifica durante un intenso sforzo fisico compiuto da un soggetto non allenato: la partita di calcio "scapoli-ammogliati" effettuata magari dopo un anno di lavoro a tavolino e magari sotto il solleone e dopo abbondanti libagioni, è responsabile di molte precoci vedovanze.

A volte, in associazione ad uno stress psicologico intenso e prolungato, come conflitti o litigi nell'ambito familiare o lavorativo; talora si tratta di forti ed improvvise emozioni a contenuto sgradevole, come aggressioni, rapine, coinvolgimento in incidenti stradali ed in disastri come terremoti, alluvioni, incendi, etc. In realtà, nella stragrande maggioranza dei casi non si riesce ad individuare il meccanismo scatenante dell'evento infartuale, e va anzi ricordato che studi ormai numerosi di cronobiologia hanno dimostrato in maniera inconfutabile che il maggior numero di infarti si verifica nelle primissime ore del mattino quando il paziente è in completo riposo.
Gli infarti fatali avrebbero, inoltre, una stagionalità tra dicembre e gennaio.

Quali sono i sintomi?

La parola angina introduce l'elemento soggettivo della sofferenza ischemica del muscolo cardiaco: il sintomo dolore. Sia l'ischemia che l'infarto generalmente provocano dolore anginoso, ed in genere il dolore dell'infarto è più intenso e soprattutto più prolungato.
Il primo sintomo dell'infarto cardiaco è il dolore, si manifesta come un senso di fastidio al petto. La sensazione di oppressione, compressione, dolore o peso nel centro del petto si può irradiare alle spalle, al collo, alle braccia o alla schiena.
Spesso l'infarto si rivela con l'insieme dei seguenti sintomi:
Abbondante sudorazione fredda nella parte superiore del corpo, stordimento, mancanza di fiato e nausea.

La mancanza di fiato è dovuta all'impossibilità del cuore di pompare in modo efficace e determina, in alcuni pazienti, una sensazione di oppressione al petto come una corda che stringe. Se si è in grado di riconoscere i sintomi dell'angina e dell'infarto, si potrà essere in grado di salvare la vita a se stessi o agli altri. Se invece non si riconoscono i sintomi o si attribuiscono ad un altro disturbo (un'indigestione…) il trattamento dell'infarto arriverà troppo tardi.
Purtroppo, in una buona percentuale di casi, sia l'ischemia che l'infarto possono non accompagnarsi a dolore: condizioni queste rispettivamente definite ischemia silente ed infarto silente.

La prognosi, il decorso ed il rischio dell'ischemia e dell'infarto silente non differiscono sostanzialmente dalle forme che si accompagnano a dolore; non si tratta di forme "lievi" della malattia; anzi, l'assenza di un campanello di allarme come il dolore può esporre in definitiva il paziente ad un rischio maggiore.

Qual è la differenza tra infarto ed ischemia?

S'intende per ischemia lo stato di sofferenza del muscolo cardiaco non sufficientemente irrorato. C'è una differenza fondamentale tra infarto ed ischemia. L'infarto è un'interruzione totale del flusso del sangue al cuore, i cui sintomi durano più di 15 minuti, non scompaiono con il riposo o con i farmaci (con la nitroglicerina sono solo alleviati) ed una parte del muscolo cardiaco incomincia a morire. E', quindi, una condizione stabile ed irreversibile. L'ischemia è transitoria e reversibile; consiste in una temporanea interruzione del flusso di sangue ossigenato al cuore; i sintomi durano pochi minuti e si possono alleviare con il riposo o con i farmaci.

Ciò che determina il punto di passaggio fra ischemia ed infarto è la durata dell'assenza di flusso; infatti, il muscolo cardiaco riesce a tollerare l'assenza di irrorazione per un tempo limitato (meno di 30 minuti), al di là del quale comincia ad andare in necrosi, a morire.
Nella maggioranza dei casi, l'ischemia si determina quando, a fronte di una maggiore richiesta di ossigeno e materiali nutritivi, e quindi di un aumento di flusso, determinata da un'attività fisica più o meno intensa, questa richiesta non può essere soddisfatta a causa dei restringimenti (stenosi) prodotti all'interno delle arterie coronarie dalla malattia aterosclerotica.

Si crea così una discrepanza transitoria fra necessità di apporto e possibilità di adeguamento dei flussi; questa è la condizione detta "angina da sforzo".

Cosa succede nella zona del cuore in cui le cellule sono morte?

In alcuni casi di infarto la porzione di parete del muscolo cardiaco non più contrattile, cicatriziale ed assottigliata, protrude durante la contrazione (in sistole), dando luogo a quello che si definisce aneurisma ventricolare. Questa, comunque è una conseguenza abbastanza rara dell'infarto; generalmente, invece, l'assottigliamento della zona infartuata, pur senza dar luogo all'aneurisma, finisce col provocare un'alterazione più o meno grave della geometria ventricolare, che risponde a precise e rigorose leggi fisiche, ed un deterioramento della funzione meccanica della pompa.
E' intuitivo che le conseguenze "meccaniche" dell'infarto saranno tanto più gravi quanto più estesa è la zona assottigliata e non contrattile; generalmente, si ritiene che l'infarto sia più o meno grave in relazione alla sede (anteriore, o posteriore o inferiore). Tradizionalmente si ritiene che l'infarto posteriore o inferiore sia meno grave di quello anteriore; questo potrà anche essere vero, ma la cosa più importante nel determinare la prognosi sia immediata sia a distanza dell'infarto non è tanto la sua sede, quanto la sua estensione. È meglio, quindi, sotto questo aspetto, distinguere infarti piccoli e circoscritti da infarti estesi. Inoltre, i danni meccanici prodotti da un eventuale secondo infarto, soprattutto se questo interessa una zona diversa dal precedente, si sommano a quelli provocati dal primo.

Quando consultare il medico?

Ogni sintomo che segnali l'inizio di un infarto impone l'immediata consultazione del medico. Se il medico non è rintracciabile, chiamare un' ambulanza e raggiungere immediatamente il pronto soccorso dell'ospedale più vicino.

Cosa fanno al pronto soccorso?

Una volta chiarito che il confine fra ischemia ed infarto è solo temporale, e che vi sono dei tempi, anche se ristretti, e dei mezzi che consentono di arrestare l'evoluzione dell'ischemia in infarto, si capisce bene l'importanza del fattore tempo. Gli specialisti del pronto soccorso, dopo un elettrocardiogramma di conferma, avvieranno subito le analisi del sangue per dosare gli enzimi liberatisi durante l'infarto dal muscolo cardiaco (troponina, GOT, GPT, LDH, CK,CKMB).

Qual è la terapia per l'infarto miocardico?

Fino a poco tempo fa la terapia consisteva essenzialmente nell'alleviare il dolore e nel trattare le complicanze precoci.
La moderna terapia della malattia coronarica si basa su tre cardini: le cure mediche (nuovi farmaci, conosciuti con il nome di trombolitici, permettono oggi di sciogliere rapidamente i grumi di sangue all'origine della maggior parte degli infarti), la chirurgia del bypass aorto-coronarico, e la dilatazione con palloncino delle coronarie stenotiche (angioplastica coronarica).

Come evitare l'infarto miocardico?

  • Smettere di fumare;
  • Mantenere il peso ideale;
  • Alimentarsi con cibi poveri di grassi animali;
  • Praticare un esercizio fisico regolare e senza eccessi;
  • Mantenere a livelli normali la pressione arteriosa, il colesterolo e la glicemia.

Si può ritornare ad una vita normale?

Un infarto piccolo non ha conseguenze gravi. La riabilitazione ed una terapia appropriata permetterà al muscolo cardiaco di riprendere la propria funzione e lascerà solo strascichi trascurabili.
Il 50% delle persone colpite da un infarto miocardico ritornano ad una vita normale nel giro di pochi mesi.

I numeri del cuore italiano
300: casi di infarto ogni 100.000 abitanti;

80.000: infarti diagnosticati ogni anno;

8%: casi di reinfarto ad un anno dal primo evento;

200.000: persone con fibrillazione atriale… delle quali;

Il 5-7%: lamenta, ogni anno, embolie cerebrali con decadimento delle funzioni cognitive sino alla demenza;

250: casi di ictus ogni 100.000 abitanti.

35-40%: casi di ictus in meno con la riduzione di 5-6 mmHg di pressione sistolica.

1.000.000: sopravvissuti ad almeno un infarto

A cura del Centro per la Lotta Contro l'Infarto



Cuore: tecnica identifica e purifica staminali

Un gruppo di ricercatori dell'Imperial College London, nel Regno Unito, ha messo a punto delle innovative tecniche per identificare e poi purificare le cellule staminali cardiache che possono dare origine a cellule del cuore che battono.

Lo riporta un articolo pubblicato sul notiziario CORDIS.

I ricercatori, coordinati da Michael Schneider, hanno individuato le cellule in questione nei topi, e anche se gli indicatori di identificazione sono molto diverse nelle cellule umane, sono stati in grado di trasferire il metodo dai topi all'uomo.

''Abbiamo messo a punto un metodo per identificare le cellule che hanno tre caratteristiche importanti'', ha spiegato Schneider. ''Sono sicuramente cellule staminali, attivano il giusto meccanismo molecolare al fine di diventare muscolo cardiaco o vaso sanguigno, e non hanno ancora una delle caratteristiche fondamentali del muscolo cardiaco o dei vasi sanguigni, come la produzione di miosina cardiaca - una proteina importante nelle cellule muscolari del cuore'', ha aggiunto.

Il passo successivo è quello di sviluppare ulteriormente la tecnica in modo che possa essere utilizzata per tutta la catena di azioni necessarie per riparare i danni: l'estrazione, la purificazione e la moltiplicazione in clinica.

Il gruppo sta utilizzando la robotica avanzata e la microscopia automatizzata per identificare i metodi più efficaci per la coltura delle cellule e per trasformarle in muscolo cardiaco.

L'Unione Europea sostiene la ricerca tramite il progetto CARDIOCELL ('Development of cardiomyocyte replacement strategy for the clinic'), finanziato nell'ambito del tema 'Salute' del 7� PQ.

Le patologie cardiache e circolatorie sono oggi la più grande causa singola di decesso nell'Unione Europea, responsabili di circa due milioni di decessi ogni anno.

Le malattie cardiache sono inoltre responsabili del maggior numero di morti premature prima dell'età di 75 anni.

Gli studi clinici in tutto il mondo hanno esaminato in che misura le cellule staminali del midollo osseo sono efficaci nel trattamento dell'infarto e della cardiomiopatia.

Mentre le prove hanno mostrato la sicurezza dell'approccio, è comunque limitato il miglioramento del modo in cui il cuore pompa il sangue in tutto l'organismo.

Per questo ora gli scienziati hanno gli occhi puntati sull'uso di cellule staminali provenienti dal cuore del paziente stesso

lunedì 18 gennaio 2010

ENDOLIPOLISI


Una quasi liposuzione senza chirurgia

La procedura sembra quasi un desiderio divenuto realtà: eliminare i fastidiosi accumuli adiposi senza particolari fatiche e soprattutto senza chirurgia. Effettivamente il trattamento clinico di endolipolisi le carte in regola le ha tutte per divenire un must nel prossimo futuro per il rimodellamento del corpo.

La terapia clinica di Endolipolisi è in sostanza una procedura non chirurgica per il rimodellamento del corpo, attraverso l’eliminazione dei depositi adiposi in eccesso.

Questo trattamento è sicuro e i risultati si apprezzano dopo poche sedute infiltrative, in genere quattro, a seconda della zona.

L’azione dei farmaci dell’endolipolisi è indirizzata verso gli adipociti, che sono le cellule del corpo che accumulano i grassi per ottenere un’efficacia diretta, mirata e localizzata, il metodo di applicazione è costituito da iniezioni praticate con aghi molto sottili direttamente nel pannicolo adiposo. In questo modo si provoca la distruzione delle cellule responsabili dei cuscinetti e delle irregolarità della pelle in modo selettivo, senza rischi per l’organismo.

Il contenuto delle cellule adipose, il grasso, appunto, viene veicolato e smaltito per vie naturali nelle settimane successive al trattamento iniettivo.

A chi è indicata l'endolipolisi

La terapia infiltrativa di endolipolisi è l’ideale per snellire i distretti corporei colpiti da antiestetici accumuli adiposi. In particolare questo tipo di terapia è indicata per tutti i casi in cui si nota un accumulo localizzato di entità lieve e media. Addirittura, l’endolipolisi può essere praticata dopo una liposuzione, per rendere maggiormente armoniosi i risultati, oppure per eliminare definitivamente alcune irregolarità di modeste dimensioni, dove una liposuzione potrebbe non essere l’ideale, come ad esempio le braccia, o dietro il collo (la cosiddetta gobba di bisonte).

Quali zone si possono trattare con l'endolipolisi

Le parti del corpo trattabili con l’endolipolisi sono quelle che maggiormente sono vittime degli accumuli di grasso. Tipicamente per una donna sono addome, fianchi, glutei e cosce ma l’assoluta non invasività di questa tecnica la rende idonea a trattare anche zone di estensione limitate e zone delicate. Ecco quindi che possono essere snellite caviglie, braccia, doppio mento, collo e addirittura la schiena.

I fianchi e i glutei, poi,sono una parte che tipicamente risente degli eccessi adiposi, che spesso si mostrano recidivi anche alle diete e alla palestra. Se gli accumuli non sono eccessivi, la terapia infiltrativa di endolipolisi uniforma e snellisce i profili senza chirurgia. Questa metodica è risolutiva anche nei casi di lieve adiposità, per cui la liposuzione risulterebbe troppo invasiva.

L’endolipolisi è ritenuta una terapia sicura ed affidabile, purché realizzata da specialisti esperti e formati per questa specifica metodica. Addirittura la procedura può essere applicata anche su una parte delicata come il viso, in particolare il doppio mento.

La seduta infiltrativa

Per fare la terapia di endolipolisi non occorre alcuna preparazione particolare, perché “non è una seduta chirurgica, ma si tratta di semplici infiltrazioni con speciali aghi sottilissimi”, puntualizzano gli specialisti. La zona prescelta viene semplicemente disinfettata e si procede con le iniezioni che rilasciano i principi attivi direttamente all’interno del bersaglio di adipe. Addirittura non è necessaria neppure l’anestesia, in quanto il trattamento è indolore.

L’estensione della parte trattata e il numero di sedute necessarie perché si ottenga un risultato apprezzabile viene determinato al momento del primo incontro con il paziente in genere per una zona come i fianchi sono sufficienti quattro sedute.

La durata della seduta è minima, da un quarto d’ora a mezz’ora, il che la rende l’ideale per chi non ha tempo per interventi più impegnativi, come la liposuzione. Inoltre, è possibile riprendere immediatamente le attività abituali, e non ci sono tempi di recupero. Nei primi giorni si nota modesto gonfiore nell’area trattata, segno che i principi della terapia stanno agendo nella distruzione degli adipociti. Gradualmente nei giorni seguenti i liquidi e i grassi vengono lentamente smaltiti dall’organismo, per lasciare un nuovo profilo levigato e snello.

Fosfatidilcolina in breve

Cos’è: l’endolipolisi viene realizzata come seduta infiltrativa per mezzo di sottili aghi, senza chirurgia e incisioni.

Cosa fa: provoca lo scioglimento delle cellule adipose, che liberano il grasso contenuto che a sua volta viene smaltito naturalmente dall’organismo.

Dove si applica: in tutti i distretti del corpo che non riescono ad essere snelliti neanche con diete ed esercizi. È l’ideale per trattare accumuli di modesta entità da: viso (doppio mento), schiena, fianchi, addome, glutei, gambe, braccia.

Le sedute: la durata è breve, circa mezz’ora, a seconda dell’estensione della zona da trattare. Le iniezioni sono indolori e non è prevista medicazione, quindi dopo si può tornare immediatamente agli impegni quotidiani. Le sedute sono mediamente 4 per zona, a cadenza mensile.

I risultati: assottiglia i profili eliminando i cuscinetti di grasso. I risultati sono simili a quelli di una micro liposuzione e si cominciano a vedere dopo un mese circa.

Chi la fa: pur essendo semplice il concetto di base del trattamento, e sicuro come principio attivo, l’endolipolisi va eseguita da personale medico specializzato e con esperienza.